Non ho molto tempo libero per aggiornare questo blog, ma vorrei solo che tutti potessero conoscere l'Amore vero e scoprire l'Amore di Dio personale e fedele per ciascuno.

Eccomi

Utente: nery48
Nome: Suor Nerina Di Battista
Sono una suora, impegnata nella scuola pubblica, dove insegno Lettere alle Medie. Ho capito la mia vocazione a 30 anni, quando già ero insegnante e dopo alcuni anni di ricerca, ho fatto il grande salto. Ora sono felice e, pur nelle difficoltà della vita, mi affido al Signore, che cerco di servire attualmente in una parrocchia di 7.500 abitanti e nei ragazzi che ho a scuola.

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martedì, 07 luglio 2009

Il san Paolo di Tommaso d'Aquino

Un vaso ricolmo
di sapienza

 

Presso l'Accademia San Tommaso d'Aquino in Vaticano si è svolto un convegno su san Tommaso lettore di san Paolo. Pubblichiamo la sintesi di una delle relazioni.

di Inos Biffi

Tommaso parte dalla definizione che di Paolo è data negli Atti degli apostoli, dov'è denominato "vaso di elezione" (9, 15), e dallo sviluppo di questa immagine ne disegna - in apertura al suo commento paolino - la figura spirituale.
"Il beato Paolo viene chiamato vaso di elezione, e quale vaso egli fosse risulta da ciò che si dice nel Siracide:  "Come un vaso d'oro massiccio, ornato con ogni specie di pietre preziose" (50,9). Fu un vaso d'oro per lo splendore della sua sapienza. Perciò il beato Pietro gli rende testimonianza dicendo:  "Come anche il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto secondo la sapienza che gli è stata data"(i Pietro, 3 15)".
"Egli fu inoltre saldo nella virtù della carità (...). Nella Lettera ai Romani, dice:  "Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire ecc. potrà mai separarci dall'amore di Dio" (8, 38)".
"E di che genere fosse questo vaso risulta da quanto esso elargiva:  insegnò i misteri dell'eminentissima divinità che riguardano la sapienza, come appare da 1 Corinzi:  "Tra i perfetti parliamo di sapienza"(2,6); elogiò inoltre altamente la carità, in 1 Corinzi, 13; insegnò agli uomini le varie virtù, come risulta da Colossesi, 3, 12:  "Rivestitevi dunque come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine"".
Volgendo l'attenzione su quanto Paolo, quale "vaso" di elezione, contenesse, Tommaso premette il rilievo che, come "ci sono vasi di vino, vasi di olio e altri vasi diversi secondo il genere", così ci sono "uomini (...), riempiti divinamente con diverse grazie, come si dice in 1 Corinzi:  "A uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro il linguaggio della scienza..."(12,8)".
Ora, Paolo fu ripieno del liquido prezioso che è "il nome di Cristo, del quale nel Cantico dei Cantici si dice:  "Profumo olezzante è il tuo nome"(1, 2)". Perciò si dice "Egli è il vaso eletto per me affinché porti il mio nome". E infatti si mostra tutto ripieno di questo nome, come si afferma nell' Apocalisse:  "Inciderò su di lui il mio nome (3,12)".
E l'Angelico precisa:  "Ricevette questo nome nella conoscenza dell'intelletto, secondo quanto si dice in 1 Corinzi:  "Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocifisso" (2,2). Inoltre ebbe questo nome nei suoi affetti, conformemente a Romani:  "Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo?" (8,35); e a 1 Corinzi:  "Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema" (16,22). Si tenne poi stretto a lui in tutto il suo modo di vivere. Per cui in Galati dichiara:  "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (2,20)".
Ma Paolo non solo fu personalmente colmo del nome di Cristo, ma fu anche destinato a portare questo nome agli altri. "Era infatti necessario - scrive Tommaso - che il nome fosse portato perché si trovava lontano dagli uomini". Quel nome "è lontano da noi a causa del peccato", "a causa dell'oscurità dell'intelletto". Ora "il beato Paolo portò il nome di Cristo anzitutto nel corpo, imitando la sua condotta e la sua passione, secondo Galati "Difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo"(6,17); e poi nella sua bocca, e questo risalta dal fatto che nelle sue lettere nomina spessissimo Gesù Cristo:  "Poiché la bocca parla della pienezza del cuore" come si asserisce in Matteo (12, 34)".
In particolare, Paolo - paragonato dal Dottore Angelico alla colomba che recò all'arca del diluvio il ramoscello d'ulivo, simbolo della misericordia - "recò quel ramoscello alla Chiesa, allorché espresse in molti modi la sua virtù e il suo significato, mostrando la grazia e la misericordia di Cristo. Per cui in 1 Timoteo dice:  "Appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Gesù Cristo ha voluto dimostrare in me, per primo, tutta la sua magnanimità"(1,16)".
E al riguardo l'Angelico annota:  "Come tra le Scritture dell'Antico Testamento nella Chiesa si usano più frequentemente i Salmi di Davide, che dopo il peccato ottenne il perdono, così nel Nuovo Testamento si usano le lettere di Paolo, che ottenne il perdono, perché i peccatori siano innalzati verso la speranza".
Per Tommaso le lettere di Paolo contengono soprattutto un messaggio di misericordia e di speranza, ed è la ragione per la quale la Chiesa le legge spesso. Ma egli aggiunge un'altra ragione ed è che nei Salmi e nelle Lettere paoline "è contenuta quasi l'intera dottrina della teologia - fere tota theologiae continetur doctrina".
Paolo, inoltre, portò il nome di Cristo "non solo ai presenti, ma anche agli assenti e ai futuri, trasmettendo il senso della Scrittura", esattamente coincidente con il nome di Cristo.
È proprio "in questo ufficio consistente nel portare il nome di Dio" una triplice "eccellenza" di Paolo.
In primo luogo, un'eccellenza quanto alla "grazia dell'elezione". Paolo è chiamato "vaso di elezione" - in virtù, quindi, di una scelta divina avvenuta "prima della creazione del mondo" (Efesini, 1, 4). In secondo luogo, un'eccellenza quanto "alla fedeltà":  "Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore" (2 Corinzi, 4, 5).
Infine, un'eccellenza singolare nella sua fatica apostolica:  lui stesso in 1 Corinzi afferma:  "Anzi ho faticato più di tutti loro". Per questo viene espressamente definito "un vaso di elezione per me".


(©L'Osservatore Romano - 25 giugno 2009)

Postato da: nery48 a 01:27 | link | commenti
articoli interessanti, santi e beati, anno paolino

lunedì, 06 luglio 2009

La spiritualità, l'identità, il carisma dell'Istituto religioso cui appartengo "Suore della S. Famiglia di Penne".

Postato da: nery48 a 13:46 | link | commenti
diario, vocazioni, video you tube, vita religiosa

domenica, 05 luglio 2009

XIV Ordinario  B (5 luglio)

 

Video Vangelo: domenica XIV ordinario (Anno B) 

Commento al vangelo del 5 luglio 2009

FOGLIO SETTIMANALE preparato dalla SOTTOSCRITTA

       Parrocchia di Saint Martin de Corléans 

         V. St. Martin de Corléans, 201-11100-Aosta-Tel.0165-553373 


14ª settimana del Tempo Ordnario B

5-12 luglio 2009

Accogliere il profeta Gesù

 

VANGELO (Mc 6,1-6)
Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.
Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.
Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.
Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.


 

 
 

ORARIO UFFICIO PARROCCHIALE : Da LUNEDI a SABATO  h. 9-12 e 15-18

        5

  DOMENICA

 

   14ª del

   Tempo      

  Ordinario

14ª del Tempo Ordinario

Ez 2,2-5; Sal 122 (123); 2 Cor 12,7-10;

Vangelo: Mc 6,1-6

Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

        6

   LUNEDÌ

S. Maria Goretti (mf)

Gn 28,10-22a; Sal 90;

Vangelo: Mt 9,18-26

Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni e vivrà.

        7

  MARTEDÌ

Gn 32,23-33; Sal 16;

Vangelo: Mt 9,32-38

La messe è molta, ma gli operai sono pochi.

        8

 MERCOLEDÌ

Gn 41,55-57;42,5-7.17-24a; Sal 32;

Vangelo: Mt 10,1-7

Rivolgetevi alle pecore perdute della casa di Israele.

ADORAZIONE EUCAR. PER LE FAMIGLIE  (ORE 20.45)

        9

   GIOVEDÌ

 

S. Agostino Zhao Rong e comp. (mf)

Gn 44,18-21.23-29;45,1-5; Sal 104;

Vangelo: Mt 10,7-15

Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

       10

   VENERDÌ

 

 

Gn 46,1-7.28-30; Sal 36;

Vangelo: Mt 10,16-23

Non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro.

        11

    SABATO

  

S. Benedetto (f)

Prv 2,1-9; Sal 111;

Vangelo: Gv 15,1-8

Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto.

        12

  DOMENICA

 

   15ª del

   Tempo      

  Ordinario

15ª del Tempo Ordinario

Am 7,12-15; Sal 84 (85); Ef 1,3-14;

Vangelo: Mc 6,7-13

Prese a mandarli

Postato da: nery48 a 12:45 | link | commenti
parola di dio, video you tube, videovangelo, foglio della domenica, video-commento al vangelo

mercoledì, 01 luglio 2009

Dante poeta teologo

L'umiltà dello storico
secondo Cacciaguida

 

di Davide Luglio
Université Paris-Sorbonne

In una nota del suo saggio Dante e Beatrice, Étienne Gilson confessava di aver sempre vagheggiato una certa "idea" della Divina Commedia:  che la forma "ideale" della teologia non si sia realizzata unicamente nelle opere formalmente teologiche, come in Tommaso d'Aquino, ma anche nella poesia, corrispettivo artistico e letterario di cui Dante ci ha fornito il migliore esempio. Eppure quel che contraddistingue Dante, scrive Gilson, "è di aver scritto un immenso poema la cui materia è costituita di idee, ma che tuttavia non è affatto un poema didattico (...) in esso il bello non consiste nello splendore del vero, come nella Summa theologiae. La verità ne costituisce piuttosto la materia e la sua trasposizione poetica ha per risultato la bellezza. Se non erro, è questa appassionata sensibilità alla bellezza del vero (scientifico, filosofico e teologico) che contraddistingue Dante. E sembra proprio che il suo caso sia unico, almeno nella tradizione letteraria occidentale, in cui il vero prevale sul bello, come deve essere, ovunque, tranne in poesia". Il punto di vista espresso qui da Gilson ricorda quello del teologo belga Jean Leclercq, autore del celebre L'amour des lettres et le désir de Dieu, che insisteva sull'unità di una teologia fatta non solo di dialettica, ma anche di altre forme o stili di esplorazione dei dogmi della fede cristiana, come la teologia monastica basata sulle lettere e l'interpretazione della letteratura di ispirazione religiosa. È nella linea tracciata da queste considerazioni teologiche che si situa lo studio che un altro autorevole studioso francese ha dedicato a Dante in una sua recente pubblicazione in italiano (François Livi, Dante e la teologia. L'immagine poetica nella "Divina Commedia" come interpretazione del dogma, Roma, Leonardo da Vinci, 2008, pagine 250, euro 20). Facendo in qualche modo propria l'"idea" di Étienne Gilson, François Livi prospetta l'ipotesi di un Dante theologus nel senso forte del termine, il cui poema sarebbe il risultato di un costante confronto ermeneutico con i dogmi della fede cristiana. La teologia, spiega Antonio Livi nell'introduzione epistemologica del saggio, formula delle ipotesi di interpretazione del dogma. Ma che si tratti di concetti, di norme o di immagini, tutto mira a rendere più comprensibile il mistero del dogma, che per definizione permane un mistero soprannaturale. Tanto inesauribile quanto è inintellegibile il dogma che ne costituisce l'oggetto, la riflessione teologica rappresenta quindi un lavoro ermeneutico che ha per scopo di accostare la nostra esperienza naturale al mistero del dogma e che, nel perseguire questo fine, può scegliere la via della creazione artistica. In questo caso, senza sovrapporsi ai dati della fede, la creazione poetica può, al contrario, divenire historia salutis quando il suo confronto ermeneutico con il dogma si inserisce pienamente nel contesto della rivelazione e ha per fine la contemplazione stessa del mistero della parola rivelata. In altri termini, se la teologia è intellectus fidei, ciò non toglie che essa sia anche affectus e pulchritudo fidei, che essa sia, come scrive Antonio Livi, "un modo di "vivere" e far "vivere" la fede da parte della cultura di ogni tempo e di ogni luogo, con risultati che talvolta hanno il valore e la funzione di ricchezze di fede per molti secoli e per tanti luoghi diversi - così è infatti per un Agostino e un Tommaso, ma anche, per quanto adesso ci riguarda, un Dante Alighieri". Questi chiarimenti sulla natura della teologia in quanto ipotesi di interpretazione del dogma costituiscono una premessa indispensabile per cogliere la portata dello studio proposto da François Livi. Da tempo è assodato che Dante rivendica per la poesia un valore filosofico che la dottrina scolastica le rifiutava decisamente. È sulla base della convinzione tomistica e più ampiamente scolastica che la poesia sia infima inter omnes doctrinas, che il domenicano Guido Vernani da Rimini, nel 1329, accusa Dante di essere "un poeta-visionario e un sofista chiacchierone che con le sue immagini fraudolente, distoglie il lettore dalla vera salvezza". La critica scolastica sembra aver influito a lungo, in modo più o meno occulto, sulla ricezione del poema. La diffidenza nei confronti delle immagini utilizzate dai poeti - poeta utitur metaphoris propter repraesentationem (...) sed sacra doctrina utitur metaphoris propter necessitatem et utilitatem, ricorda san Tommaso nella Summa - sembra infatti all'origine delle letture dualistiche della Divina Commedia che tendono a opporre - come si opporrebbero poesia e filosofia - le parti "poetiche" del poema alle sue trattazioni dottrinali. Al contrario, è proprio la comprensione esatta della dimensione teologica delle immagini poetiche che ci consente di cogliere il senso dell'operazione ideologica compiuta da Dante e destinata, in accordo con la linea perseguita da protoumanisti come Albertino Mussato, a gettare le basi dell'umanesimo rinascimentale. Così, quando Dante, come poi Petrarca, oppone la poesia alla scolastica, lo fa rivendicando per la poesia un ruolo nella conoscenza filosofica - innanzi tutto metafisica e quindi teologica - in perfetto antagonismo con le posizioni della scolastica che limitava l'acquisizione di questa conoscenza al solo sviluppo logico dei concetti. La prospettiva adottata da François Livi, che sceglie di accostarsi alla Divina Commedia dal punto di vista dell'ermeneutica teologica, chiarisce senza alcun dubbio questo aspetto del dibattito ideologico nel quale si inserisce Dante. L'architettura teologica del poema, il percorso attraverso i tre "regni" escatologici immaginati nella Divina Commedia, scrive l'autore, "non è un gioco letterario a tavolino o un espediente retorico per dare sfogo ai suoi desideri di rivalsa politica. La complessa impalcatura del poema è funzionale alla missione profetica di Dante, al suo messaggio di salvezza individuale e collettiva".
Senza pretendere all'esaustività nel trattare una problematica tanto vasta quanto quella del rapporto tra verità dogmatica e creazione poetica nel poema di Dante, François Livi procede a una serie di "sondaggi" particolarmente significativi. L'analisi del dogma escatologico attraverso le immagini della Divina Commedia apre questo percorso, iniziando col ricordare le premesse del dogma stesso, dalla caduta che ha seguito il peccato originale all'incarnazione del Verbo - che eleva la natura umana alla dignità della natura divina aprendo all'uomo la possibilità di accedere alla beatifica visione - fino alla parusia. In questo capitolo introduttivo, estremamente denso, l'autore mette quindi in evidenza i fondamenti dogmatici dell'architettura dantesca, sottolineando nel contempo l'originalità della sintesi di elementi filosofici, ideologici e giuridici operata dal poeta nell'atto di definire la "topografia morale" dei tre regni dell'aldilà. Al dogma del Purgatorio è dedicato il secondo capitolo, di grande interesse giacché sottolinea l'importanza dell'interpretazione del dogma in vista di una corretta ricostituzione degli elementi che compongono l'architettura dantesca. Come sappiamo, infatti, le sacre Scritture non propongono un insegnamento preciso ed esplicito riguardo alla realtà del Purgatorio, mentre tali riferimenti esistono per quanto riguarda il Paradiso e l'Inferno. Per cominciare, François Livi ricorda che l'Antico e il Nuovo Testamento contengono attestazioni della necessità di un'"espiazione temporanea" e riferimenti a colpe che non implicano una punizione eterna, ma richiedono un tempo di purificazione dopo il giudizio particolare che precede la parusia. Egli passa in seguito all'esame delle numerose testimonianze offerte dalla tradizione attraverso la liturgia, l'epigrafia, la letteratura patristica greca e latina. Queste presentano "un materiale abbondantissimo che è impossibile ignorare. Numerosi concili dei primi secoli forniscono indicazioni pratiche sulle messe che possono essere celebrate per i defunti. Dall'epoca apostolica in poi, l'efficacia dei suffragi per i defunti è considerata unanimemente (...) come un dogma".
Luogo della purificazione, il Purgatorio offre anche l'occasione di un'analisi del significato del "contrappasso" e della drammatizzazione delle pene subite dalle anime penitenti che, per gli stessi peccati o per peccati simili, differiscono da quelle subite dalle anime condannate all'inferno. Ma, come è noto, nella Divina Commedia l'itinerario purificatorio del pellegrino "è indissociabile da un preciso compito profetico:  il poeta non dovrà inventare, bensì riferire, nei limiti consentiti dalla parola umana, la sua eccezionale esperienza (...) Dante è allora investito di una missione profetica più complessa ed esplicita:  in quanto unico destinatario della visione, deve riferire un messaggio simbolico che denuncia la degenerazione attuale della Chiesa, messaggio interpretato dall'esegesi che Beatrice ne fa al poeta, annunciando nel contempo la volontà divina di ristabilire la giustizia nella società civile e religiosa".
L'ultimo capitolo è dedicato ad alcuni percorsi attraverso l'eccezionale ricchezza teologica e poetica del Paradiso. I canti xiv-xx danno luogo a uno studio che prende in considerazione problemi teologici di primaria importanza come la resurrezione dei corpi, la prescienza divina, la giustizia divina e la salvezza dei pagani. A proposito della resurrezione finale, la poesia offre a Dante la possibilità di avanzare ipotesi particolarmente suggestive riguardo allo splendore del corpo glorioso. Quanto al problema della prescientia divina, messo in evidenza dalle predizioni di Cacciaguida, la finzione poetica permette di accogliere come verità compiute delle teorie o dottrine che il poeta fa sue o considera plausibili. L'assenza di una soluzione definitiva rende conto di una realtà teologica che Cacciaguida spiega al suo discendente, vale a dire "l'atteggiamento di umiltà intellettuale e di rispetto con il quale ogni creatura - il suo discendente al pari dei beati - deve accostarsi a realtà che trascendono le possibilità di comprensione dell'intelligenza umana (...) è proprio la proclamazione di questo mistero a determinare la luce soprannaturale che, proiettata sui funesti eventi annunciati da Cacciaguida e sulla sua impietosa analisi dei mali della società, non li rende per questo più "comprensibili", ma conferisce loro un nuovo significato inserendoli in una teologia della storia".



(©L'Osservatore Romano - 25 giugno 2009)

Si avvia alla chiusura il tour mondiale di letture dantesche

Benigni e la nostalgia dell'eterno

 

di Marco Tibaldi

L'ampio successo di critica e di pubblico registrato dalle letture dantesche realizzate dal comico toscano Roberto Benigni, ora raccolte anche in un saggio (Il mio Dante, Torino, Einaudi, 2008, pagine 145, euro 16), come direbbe Paul Ricoeur "danno a pensare". Come già accaduto in relazione al film La vita è bella, che gli ha valso l'Oscar e un successo planetario, anche in questo caso il principale merito di Benigni è di esser riuscito a divulgare a una quantità enorme di persone temi e messaggi impegnativi e ardui da trattare.
Una delle ragioni di tanto successo è nello stile comunicativo adottato, che si riallaccia, con le opportune personalizzazioni, al filone antico dei giullari, dei norren della tradizione nordica. Per uno strano paradosso antropologico, tipico del fenomeno teatrale, a colui che per definizione e per mestiere "finge" da sempre è riconosciuta una certa parentela con la verità. Anche nel caso in cui questa verità non venga accettata, come ricorda Kierkegaard nel celebre apologo del clown che corre nel villaggio per annunciare l'imminente incendio che sta già consumando il tendone del circo.
La forza e le ambiguità del fenomeno tutto umano del ridere si trovano esemplarmente all'inizio stesso dell'esperienza della fede, come la storia di Abramo e Sara ci ricorda. Ciò che è decisivo è allora, per così dire, la qualità del riso che viene suscitata dal comico. Ci può essere, infatti, un riso irriverente e sarcastico, un riso di sfiducia e incredulità, ma anche un riso che nasce dalla gioia e, cosa ancora più tremenda e sublime, un riso che nasce dalla o nella sofferenza. Benigni sa muoversi con maestria all'interno di questa vasta gamma dei significati del ridere, ma colpisce nel segno quando riesce nell'ultima e più impegnativa impresa:  parlare con il sorriso della sofferenza. Così è stato per La vita è bella e così è stato anche per Dante.
Benigni infatti mette subito in evidenza come il cammino descritto nasca da una profonda sofferenza del poeta, che vuole uscire da una situazione angosciante di peccato:  "Ci sono delle persone che dicono che tutto è brutto senza possibilità di riscatto, e a me non piacciono per niente; ce ne sono delle altre che dicono che tutto è brutto, ma riescono lo stesso a farci vedere la bellezza in mezzo a tanto buio. Sono le mie preferite, e Dante è tra queste, perché nonostante il malessere che lo angosciava amava la vita. La Divina Commedia è un pianeta sconosciuto dove troviamo cose che riguardano noi. E bisogna che andiamo a vedere nel nostro passato, proprio come fa Dante, che rientra nella sua vita". Un cammino, quindi, che prende le mosse dalla propria situazione di inautenticità, dal sentire tutta l'asperità per l'amaro salario del peccato e, per contrario, anche un cammino per recuperare il bene più prezioso:  l'incontro con Dio, Signore e amante della vita.
Ciò che Benigni è riuscito a fare è l'aver reso presente lo spirito del capolavoro dantesco, in cui si trova "praticamente tutto", ovvero tutto ciò che serve realmente:  un cammino di redenzione per uscire dalla morte e incontrare la vita vera.
Sappiamo bene quanto oggi sia difficile parlare, e soprattutto essere ascoltati, su temi impegnativi quanto decisivi come la redenzione, il peccato, la vita eterna. Benigni, forse inconsapevolmente attratto e, per così dire, posseduto dalla tragica bellezza del poema dantesco, l'ha saputo fare, mostrando come la bellezza di Dio, il fascino della vita eterna, la possibilità dell'incontro definitivo con il Creatore della vita, covino, come brace sotto la cenere, anche nel cuore del disincantato uomo dei nostri tempi. Si era detto, infatti, che la secolarizzazione aveva come portato l'eterno nella storia, generando quel senso di accelerazione che è una nota distintiva dei tempi moderni, e cancellando definitivamente la percezione della destinazione ultraterrena. La riscoperta attualità di Dante smentisce questa visione e invita a riproporre con rinnovata insistenza i temi decisivi della fede cristiana.
Il successo della proposta di Benigni, ora confermato anche da una tournée internazionale (che terminerà con le date di Madrid, dal 30 giugno al 2 luglio), risiede in ultimo anche da una certa inflessione cristologica del suo raccontare. L'attore ha ben presente il sostrato biblico della Commedia, come più volte ricorda nel suo saggio. Emblematico è, ad esempio, il richiamo che fa a proposito del celebre episodio del conte Ugolino, uno dei punti sicuramente più drammatici dell'intera opera, in cui assistiamo allo strazio di un padre che deve morire accanto e dopo i propri figli. Ebbene uno di questi, in preda ormai agli spasmi del digiuno, implora il genitore:  "Padre mio, ché non mi aiuti?" al che Benigni commenta:  "E qui, non si resiste, e non solo per lo strazio del figlio più piccino, ma perché le parole di Gaddo sono quelle che Cristo pronunciò sulla croce:  "Padre, perché mi hai abbandonato?". C'è dunque il richiamo alla crocifissione, e nella faccia di Cristo vediamo quella di tutti coloro che soffrono e chiedono un aiuto estremo all'insopportabilità del dolore".
Non è un richiamo di maniera, quanto una feconda intuizione, se pensiamo che ci troviamo ancora nell'inferno dantesco, da cui, come ricordava Hans Urs von Balthasar in un celebre saggio su Dante, manca proprio il tema cristologico del descensus, così presente nella tradizione orientale. Ma la vera intonazione cristologica viene, ancora una volta, da quel sorriso con cui Benigni, sulla scia di Dante, ci sa raccontare tutto questo, quel sorriso che paradossalmente molti artisti antichi e contemporanei hanno posto proprio sulle labbra del Gesù morente in croce, piccolo ma sconvolgente segnale dell'imminente risurrezione.


(©L'Osservatore Romano - 25 giugno 2009)

Si avvia alla chiusura il tour mondiale di letture dantesche

Benigni e la nostalgia dell'eterno

 

di Marco Tibaldi

L'ampio successo di critica e di pubblico registrato dalle letture dantesche realizzate dal comico toscano Roberto Benigni, ora raccolte anche in un saggio (Il mio Dante, Torino, Einaudi, 2008, pagine 145, euro 16), come direbbe Paul Ricoeur "danno a pensare". Come già accaduto in relazione al film La vita è bella, che gli ha valso l'Oscar e un successo planetario, anche in questo caso il principale merito di Benigni è di esser riuscito a divulgare a una quantità enorme di persone temi e messaggi impegnativi e ardui da trattare.
Una delle ragioni di tanto successo è nello stile comunicativo adottato, che si riallaccia, con le opportune personalizzazioni, al filone antico dei giullari, dei norren della tradizione nordica. Per uno strano paradosso antropologico, tipico del fenomeno teatrale, a colui che per definizione e per mestiere "finge" da sempre è riconosciuta una certa parentela con la verità. Anche nel caso in cui questa verità non venga accettata, come ricorda Kierkegaard nel celebre apologo del clown che corre nel villaggio per annunciare l'imminente incendio che sta già consumando il tendone del circo.
La forza e le ambiguità del fenomeno tutto umano del ridere si trovano esemplarmente all'inizio stesso dell'esperienza della fede, come la storia di Abramo e Sara ci ricorda. Ciò che è decisivo è allora, per così dire, la qualità del riso che viene suscitata dal comico. Ci può essere, infatti, un riso irriverente e sarcastico, un riso di sfiducia e incredulità, ma anche un riso che nasce dalla gioia e, cosa ancora più tremenda e sublime, un riso che nasce dalla o nella sofferenza. Benigni sa muoversi con maestria all'interno di questa vasta gamma dei significati del ridere, ma colpisce nel segno quando riesce nell'ultima e più impegnativa impresa:  parlare con il sorriso della sofferenza. Così è stato per La vita è bella e così è stato anche per Dante.
Benigni infatti mette subito in evidenza come il cammino descritto nasca da una profonda sofferenza del poeta, che vuole uscire da una situazione angosciante di peccato:  "Ci sono delle persone che dicono che tutto è brutto senza possibilità di riscatto, e a me non piacciono per niente; ce ne sono delle altre che dicono che tutto è brutto, ma riescono lo stesso a farci vedere la bellezza in mezzo a tanto buio. Sono le mie preferite, e Dante è tra queste, perché nonostante il malessere che lo angosciava amava la vita. La Divina Commedia è un pianeta sconosciuto dove troviamo cose che riguardano noi. E bisogna che andiamo a vedere nel nostro passato, proprio come fa Dante, che rientra nella sua vita". Un cammino, quindi, che prende le mosse dalla propria situazione di inautenticità, dal sentire tutta l'asperità per l'amaro salario del peccato e, per contrario, anche un cammino per recuperare il bene più prezioso:  l'incontro con Dio, Signore e amante della vita.
Ciò che Benigni è riuscito a fare è l'aver reso presente lo spirito del capolavoro dantesco, in cui si trova "praticamente tutto", ovvero tutto ciò che serve realmente:  un cammino di redenzione per uscire dalla morte e incontrare la vita vera.
Sappiamo bene quanto oggi sia difficile parlare, e soprattutto essere ascoltati, su temi impegnativi quanto decisivi come la redenzione, il peccato, la vita eterna. Benigni, forse inconsapevolmente attratto e, per così dire, posseduto dalla tragica bellezza del poema dantesco, l'ha saputo fare, mostrando come la bellezza di Dio, il fascino della vita eterna, la possibilità dell'incontro definitivo con il Creatore della vita, covino, come brace sotto la cenere, anche nel cuore del disincantato uomo dei nostri tempi. Si era detto, infatti, che la secolarizzazione aveva come portato l'eterno nella storia, generando quel senso di accelerazione che è una nota distintiva dei tempi moderni, e cancellando definitivamente la percezione della destinazione ultraterrena. La riscoperta attualità di Dante smentisce questa visione e invita a riproporre con rinnovata insistenza i temi decisivi della fede cristiana.
Il successo della proposta di Benigni, ora confermato anche da una tournée internazionale (che terminerà con le date di Madrid, dal 30 giugno al 2 luglio), risiede in ultimo anche da una certa inflessione cristologica del suo raccontare. L'attore ha ben presente il sostrato biblico della Commedia, come più volte ricorda nel suo saggio. Emblematico è, ad esempio, il richiamo che fa a proposito del celebre episodio del conte Ugolino, uno dei punti sicuramente più drammatici dell'intera opera, in cui assistiamo allo strazio di un padre che deve morire accanto e dopo i propri figli. Ebbene uno di questi, in preda ormai agli spasmi del digiuno, implora il genitore:  "Padre mio, ché non mi aiuti?" al che Benigni commenta:  "E qui, non si resiste, e non solo per lo strazio del figlio più piccino, ma perché le parole di Gaddo sono quelle che Cristo pronunciò sulla croce:  "Padre, perché mi hai abbandonato?". C'è dunque il richiamo alla crocifissione, e nella faccia di Cristo vediamo quella di tutti coloro che soffrono e chiedono un aiuto estremo all'insopportabilità del dolore".
Non è un richiamo di maniera, quanto una feconda intuizione, se pensiamo che ci troviamo ancora nell'inferno dantesco, da cui, come ricordava Hans Urs von Balthasar in un celebre saggio su Dante, manca proprio il tema cristologico del descensus, così presente nella tradizione orientale. Ma la vera intonazione cristologica viene, ancora una volta, da quel sorriso con cui Benigni, sulla scia di Dante, ci sa raccontare tutto questo, quel sorriso che paradossalmente molti artisti antichi e contemporanei hanno posto proprio sulle labbra del Gesù morente in croce, piccolo ma sconvolgente segnale dell'imminente risurrezione.


(©L'Osservatore Romano - 25 giugno 2009)

 

 

 

 

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martedì, 30 giugno 2009

L'affresco è stato scoperto il 19 giugno durante i restauri nelle catacombe romane di Santa Tecla
coordinati dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra

È la più antica icona
di san Paolo


Tra i dipinti della fine del IV secolo nelle ultime ore è emersa anche la figura di san Pietro

 

di Fabrizio Bisconti

Venerdì 19 giugno. Mentre si procede a un lento e accurato restauro della decorazione pittorica di un cubicolo delle catacombe romane di Santa Tecla sulla via Ostiense, una sensazionale scoperta impressiona gli archeologi che seguono il lavoro da più di un anno. Nella mattinata il laser mette in luce il volto severo e ben riconoscibile di san Paolo, tra i più antichi e i più definiti che ci abbia consegnato la civiltà figurativa dell'antichità cristiana. Anzi, per le sue caratteristiche può essere considerato la più antica icona dell'apostolo finora conosciuta.
Il volto, circondato da uno sfavillante clipeo giallo oro su rosso vivo, emoziona per il suo graffiante espressionismo e appare come un'icona forte ed eloquente dell'Apostolo delle genti, un volto d'epoca, che ci accompagna verso quella missione che la Chiesa di Roma, tra il IV e il V secolo, affida alla figura di Paolo nella conversione al cristianesimo degli ultimi pagani.
Altre immagini di san Paolo erano note nelle catacombe e nei sarcofagi romani, ma il busto appena scoperto meraviglia per la sua suggestiva espressione e ha lasciato senza fiato i restauratori, che hanno interrotto subito il loro lavoro, come intimiditi da quello sguardo antichissimo, da quella fisionomia che spuntando dall'oscurità della catacomba emoziona e folgora chi la contempla. Il giorno della scoperta, nonostante l'avvicinarsi del fine settimana, i responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra sono accorsi immediatamente presso il sito archeologico e hanno potuto verificare la straordinaria importanza della scoperta. Per questo, anche se il restauro è in corso, hanno deciso di anticipare la notizia del rinvenimento.
In questi giorni i restauratori hanno continuato il loro lavoro e hanno meglio evidenziato i tratti del busto dell'apostolo, ma hanno anche effettuato altre importantissime scoperte. E altre se ne prevedono per le prossime ore e per i mesi a venire. Il tondo di Paolo, infatti, si colloca nella volta del cubicolo, dove attorno al clipeo campito del Cristo Buon Pastore sono sistemati quattro altri tondi che accolgono, a loro volta, i busti di quattro personaggi. Tra questi sono ben riconoscibili quelli relativi a Paolo, appena scoperto, e a Pietro, riapparso proprio in queste ultime ore, mentre gli altri due, pur caratterizzati nell'età e nella fisionomia, potrebbero riferirsi ad altrettanti apostoli, ovvero a due santi intercessori o, infine, a due defunti.
Il volto più espressivo ed emozionante è sicuramente quello di Paolo, situato nel tondo posto a sinistra, rispetto all'ingresso. Dal momento che l'imago clipeata rappresenta una raffigurazione devozionale scelta dalla famiglia dei defunti per proteggere il loro cubicolo, il busto di Paolo può essere considerato la più antica icona dell'apostolo finora rinvenuta, nel senso che dal livello evocativo si passa a quello del culto.
L'immagine e gli altri clipei sono incastonati in un complesso e variopinto cassettonato, come se si volesse emulare il soffitto di un prestigioso edificio di culto.
Non dimentichiamo che a poche centinaia di metri si innalzava la celebre basilica dedicata nello scorcio del IV secolo all'Apostolo delle genti dagli imperatori Valentiniano II, Teodosio e Arcadio, costruita sulla memoria apostolica, già monumentalizzata nel 324 da Papa Silvestro e voluta da Costantino. La basilica dei tre imperatori - come si diceva - mostrava forme più ampie, decorazioni più sontuose e fu portata a termine dal figlio di Teodosio, Onorio (395-423), come suggerisce il distico inserito nell'arco trionfale (Teodosius coepit, perfecit Honorius aulam + doctoris mundi sacratam corpore Pauli). Lungo la curva del medesimo arco correva, poi, un'altra iscrizione, che dava conto dei lavori intrapresi da Papa Leone Magno (440-461) al tempo di Galla Placidia, in seguito ai danneggiamenti dovuti a dei fulmini o a un terremoto avvenuto tra il 442 e il 443 (Placidiae pia mens operis decus homne paterni / gaudet pontificis studio splendere Leonis).
Ai lavori commissionati da Leone Magno dobbiamo riferire il programma decorativo che interessava l'intero edificio di culto che, come è noto, fu distrutto dal terribile incendio scoppiato nella notte tra il 15 e il 16 luglio del 1823. Le riproduzioni dei disegnatori del passato - primi fra tutti quelli fatti eseguire dal cardinale Francesco Barberini nel 1635 e quelli preparati, alla fine del Settecento, da Seroux d'Agincourt - assieme ad alcuni esigui lacerti musivi relativi all'arco trionfale e alla serie dei ritratti dei Pontefici realizzati in pittura, ci permettono di ricostruire il programma decorativo della basilica monumentale sorta sulla tomba dell'Apostolo delle genti.
Ebbene, tornando al nostro cubicolo e alle scoperte di questi giorni, possiamo constatare alcune suggestive assonanze tra il progetto iconografico dell'ambiente funerario di Santa Tecla e quello, ovviamente più complesso e raffinato, della basilica di San Paolo. La serie di busti campiti nella volta del nostro cubicolo ricorda, infatti, quella che si snodava lungo le navate dell'edificio di culto della via Ostiense; il cassettonato dipinto nel soffitto può emulare quello che doveva decorare la navata centrale della basilica; i temi biblici e apocrifi che decorano le pareti e gli arcosoli dell'ambiente catacombale, già noti dalle scoperte degli ultimi mesi, possono rammentare, nell'impostazione e nella dislocazione, i quadri dipinti lungo le navate di San Paolo fuori le mura; il maestoso collegio apostolico o il Cristo in cattedra, dipinti nel vestibolo del cubicolo, possono alludere al tema teofanico che poteva svilupparsi nell'abside perduta della basilica, come pare suggerire l'atmosfera apocalittica e sospesa dell'arco trionfale, dove erano sistemati i quattro viventi, i vegliardi dell'Apocalisse, il volto nimbato e radiato del Cristo tra angeli  e, ancora, i principi degli apostoli.
A questo punto, si potrebbe pensare che il nucleo del programma decorativo della basilica ostiense, così come si definisce al tempo di Leone Magno, poteva essere già, in parte, realizzato nella basilica dei tre imperatori e che il cubicolo di Santa Tecla, commissionato da una personalità importante della società romana della fine del IV secolo - forse un nobile aristocratico, forse un ecclesiastico - riproponga, in scala minore, il progetto figurativo pensato per l'edificio di culto della via Ostiense.
Il volto di Paolo - che tanto ha emozionato i primi visitatori - presenta i caratteri fisionomici tipici del filosofo di plotiniana memoria, con un ovale asciutto, desinente nella scura barba a punta, il naso pronunciato, gli occhi maggiorati e fortemente espressivi, le tempie interessate da un'importante calvizie; la fronte attraversata da profonde rughe di atteggiamento. Tutte queste caratteristiche rimandano, in maniera più o meno puntuale, alle scarse notizie relative all'aspetto fisico di san Paolo. Se un veloce passaggio degli Acta Pauli et Theclae definisce l'apostolo piccolo di statura, con la testa calva, le gambe curve, un bel corpo, le sopracciglia congiunte e il naso un po' sporgente, altri cenni di Eusebio di Cesarea (Historia ecclesiastica, VII, 8-4), di Basilio Magno (Epistolae, 360) e Giovanni Crisostomo (Oratio in principes apostolorum, 1) riferiscono solo della bassa statura e del tipo filosofico, mentre Agostino lascia prima intendere che i ritratti di Paolo in circolazione erano pura invenzione iconografica (De Trinitate, 5-8), ma poi riferisce che una certa Marcellina carpocraziana, possedeva, per adorarle, le immagini di Gesù, di Paolo di Omero e di Pitagora (De haeresibus ad Quodvultdeus, 7).
Nelle nuove pitture scoperte nel cubicolo di Santa Tecla, come si diceva, appaiono ambedue i volti dei principi degli apostoli, definiti in tutte le peculiarità fisionomiche, che li caratterizzeranno nella civiltà figurativa tardoantica, bizantina e medievale e che giungeranno sino ai nostri giorni. Se, infatti, il volto di Pietro - purtroppo molto rovinato dal punto di vista conservativo - si impronta a una solidità fisionomica e a una potenza espressiva dai tratti marcati e decisi, anche se adesso poco giudicabili, con capigliatura ricca, candida, aderente al capo, l'ovale ampio, stereometrico, la barba corta e mossa, quello di Paolo sembra ricavato da un contrappunto e si propone con le sembianze di un pensoso e ispirato filosofo, dall'espressione esangue, sospesa tra inquietudine e serenità.
La compresenza di Pietro e Paolo nel soffitto del nostro cubicolo, seppure arricchita dalle altre due immagini per ora ingiudicabili, ci accompagna verso quello slogan della concordia apostolorum, ideato quale elemento determinante dell'ambizioso progetto politico-religioso della renovatio Urbis, pensato simultaneamente dalla propaganda imperiale e da quella pontificia, nell'ultimo scorcio del IV secolo e nei primi decenni del seguente, in perfetta sintonia con la cronologia dei nostri affreschi.
Qui, come si diceva, la vecchia tematica paleocristiana si affianca a un nuovo repertorio, che si apre, ad esempio, ad accogliere la storia del miraculum fontis, che ha come protagonista l'apostolo Pietro, mentre disseta, con un miracolo, i suoi carcerieri, secondo quanto raccontano gli scritti apocrifi. La scena, dipinta nella parete d'ingresso, proprio in corrispondenza con il busto di Paolo, mostra Pietro dal volto ben definito e simile a quello ripetuto nella volta, mentre con un gesto solenne, fa scaturire l'acqua dalla roccia per dissetare un carceriere, dal copricapo e dalla tunichetta tipica dei soldati, che si inchina verso la piccola sorgente.
La compresenza dei principi degli apostoli nel medesimo complesso pittorico vuole ribadire la doppia apostolicità della Chiesa romana, che si affianca e forse vuole sostituire il concetto del primatus Petri, basato sul Vangelo di Matteo (16, 18):  Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam.
Il primato petrino viene attutito dalla nuova ideologia della concordia apostolorum a cui si è fatto cenno e che viene teorizzata proprio a fine secolo, in concomitanza con l'esecuzione delle nostre pitture. In questo periodo, sulla scia dell'epigramma damasiano dedicato agli apostoli, che tende a riequilibrare la memoria paolina, congiungendola a quella petrina e in concomitanza con la creazione del manifesto figurativo dell'abbraccio solidale tra Pietro e Paolo, si pronunciano anche i più autorevoli Padri della Chiesa. Primus Petrus apostolus, nec Paulus impar gratia est afferma un inno attribuito ad Ambrogio (De Sancti Petro et Paulo apostolis, PL, 17, 12-53); hic regnant duo apostolorum principes, alter vocatur gentium alter cathedram possidens primam sentenzia Prudenzio (Peristephanon, II, 459); nec Paulus inferior Petro dichiara Ambrogio in maniera più secca e persuasiva (De Spiritu Sancto 2, 156).
In questo motto del De Spiritu Sancto possiamo intravedere tutte le ragioni della riabilitazione e della tematizzazione della figura di Paolo, che assurge a immagine-simbolo di un cristianesimo che voleva farsi largo e penetrare tra gli intellettuali. In questa delicata e ardua conversione degli ultimi pagani, arroccati nelle grandi famiglie e negli ambienti senatoriali romani, la sofisticata figura dell'apostolo dei gentili, il doctor gentium, il vas electionis, il sapiens architectus, il magister scientiae diventa un elemento determinante, tanto che Peter Brown ebbe a definire i cristiani vissuti durante gli ultimi anni del IV secolo e gli inizi del seguente come la "generazione di Paolo".
Il programma decorativo del cubicolo di Santa Tecla, con la presenza simultanea dei principi degli apostoli, si cala perfettamente in questa atmosfera politico-religiosa, che vede la lotta contro gli ultimi baluardi della resistenza pagana e assurge a traduzione figurata della doppia apostolicità di Roma, una sorta di manifesto, ma anche "un invito alla conversione dei pagani - come osservava Richard Krautheimer - un segnale che i tempi erano maturi per unirsi in una fede, che era stata fondata da Pietro, il pescatore, ma anche da Paolo, l'apostolo dai più alti compiti intellettuali".


(©L'Osservatore Romano - 28 giugno 2009)

  Grazie al laser è apparso l'inatteso

di Barbara Mazzei

Alcuni giorni fa, sotto una spessa concrezione calcarea che nascondeva la decorazione della volta del cubicolo della catacomba di Santa Tecla, si è rivelato il volto emaciato dell'apostolo Paolo. La caratteristica fisionomia assegnata all'apostolo delle genti dall'arte paleocristiana, che gli ha attribuito le fattezze ideali del pensatore, con grandi occhi dallo sguardo lontano perso nel vuoto, guance scavate, incipiente calvizie e lunga barba incolta terminante a punta, non lasciava alcun dubbio sull'identificazione.  La  sua presenza ha suscitato profonda  emozione, entusiasmando i restauratori e imponendo una repentina accelerazione al restauro.
Benché si lavorasse da oltre un anno nel cubicolo, raggiungendo soltanto nell'ultimo periodo risultati insperati grazie alla tecnica laser - qui applicata per la prima volta in ambiente ipogeo - le condizioni deplorevoli del soffitto dell'ambiente rendevano i restauratori restii ad affrontarle. Dalla spessa patina calcarea affioravano vaghe forme geometriche, un clipeo centrale e almeno due tondi angolari. Lo schema della decorazione non è inusitata per le volte delle camere catacombali, che spesso accolgono la figura del Buon Pastore circondato dalle personificazioni delle stagioni, a rappresentare il volgere del tempo governato da Cristo.
Questo ci si aspettava anche in tale cubicolo, ma il rinvenimento del volto di Paolo proprio in uno dei tondi angolari della volta ha stravolto tutte le aspettative. Ci si è così dedicati al disvelamento degli altri tre clipei, dove in successione si sono rivelati i volti di due altri apostoli, uno particolarmente giovanile e l'altro dai tratti marcati (forse Giovanni e Giacomo), per scoprire nel terzo il canuto volto di Pietro. Per la prima volta nell'arte paleocristiana agli apostoli, e fra essi, primi fra tutti, i due principi degli apostoli, viene assegnata una postazione di così grande rilevanza; non accompagnatori di defunti, come in molti sarcofagi del IV secolo, né partecipanti al collegio liturgico presieduto dal Cristo, ma singole personalità che sovrintendono l'intero creato.
L'inatteso rinvenimento si situa nel corso di una lunga campagna di restauro intrapresa dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nell'unico cubicolo decorato della catacomba di Santa Tecla sulla via Ostiense. Lo stato di conservazione della decorazione risultava particolarmente compromesso fin dal primo rinvenimento, avvenuto in un'epoca anteriore al 1720. Fu opera di Marco Antonio Boldetti il quale, nelle Osservazioni sopra i cimiterj de' santi martiri, ed antichi cristiani di Roma, riporta:  "Si osservarono diverse pitture, ma talmente guaste dal tempo, che non si può ravvisare cosa mai rappresentassero".
Il cubicolo, rimasto interrato per secoli, era ampiamente ricoperto, soprattutto lungo la fascia inferiore delle pareti e lungo l'imboccatura del lucernario, da uno spesso strato di fango argilloso, che con il tempo si era indurito sino ad assumere un vero stato concrezionale; nella parte alta delle pareti e soprattutto sulla superficie piana del soffitto si concentravano gli spessi strati concrezionali che, come detto, offuscavano totalmente l'originale partito decorativo.
L'intervento ha preso avvio secondo le consolidate tecniche di pulitura tipiche degli ambienti ipogei, limitandosi a delicate e difficoltose operazioni meccaniche, tali da produrre soltanto un assottigliamento degli strati concrezionali. Con il procedere della pulitura, una prima difficoltà. Al di sotto delle incrostazioni calcaree è stata rinvenuta infatti una sottile patina nera confusa con un secondo strato scuro che traspariva al livello della pellicola pittorica:  inaspettatamente le raffigurazioni non erano state collocate sul consueto colore bianco dell'intonaco, secondo il più canonico repertorio catacombale, ma su uno sfondo scuro con qualche sfumatura verdastra richiamante i più antichi esempi pompeiani.
Il parziale svelamento delle superfici faceva intanto affiorare un ventaglio cromatico altrettanto insolito, mostrando una pittura corposa e ricca di velature e di sfumati che suggeriva un elevato livello qualitativo degli antichi artifices.
A un certo punto, però, i tradizionali sistemi di pulitura meccanica dovevano arrendersi davanti alla tenacia di alcune incrostazioni; e al pericolo di apportare danni alla pittura; in particolare il soffitto dell'ambiente, da cui iniziava a trasparire un complesso intreccio geometrico, era attanagliato da uno strato talmente aderente di materiale estraneo da rendere impossibile una pur parziale asportazione. Si era consapevoli ormai delle eccezionali qualità tecniche del complesso decorativo e i risultati raggiunti fino a quel momento non potevano ritenersi soddisfacenti. Si è pensato quindi di sperimentare l'innovativa tecnica dell'ablazione laser. Una scelta rivelatasi quanto mai proficua. La tecnica laser, che si distingue per limitata invasività e maggiore controllo, dimostra una risposta ottimale nel trattamento delle superfici decorate di ambiente ipogeo, grazie anche alle peculiarità tecnico-esecutive della pittura paleocristiana e alle particolari condizioni microclimatiche degli ambienti. Il perenne velo di condensa acquosa che attanaglia gli affreschi catacombali sembrerebbe infatti esercitare una funzione protettiva nei confronti del potente raggio luminoso, conferendo inalterabilità ai colori ed esercitando un'azione coadiuvante nella procedura di distacco delle sostanze sovrammesse alla pittura.
I risultati raggiunti, come i volti degli apostoli dimostrano, sono di qualità insperata, e l'impiego di questa rivoluzionaria tecnica di restauro nelle catacombe di Roma promette nuove sorprese.


(©L'Osservatore Romano - 28 giugno 2009)

Dal buio di un mondo sommerso
due volti nella luce


 

di Gianfranco Ravasi

Proprio quando l'Anno paolino tocca il suo apice conclusivo e la Chiesa celebra la solennità dei principi degli apostoli, un fortunato intervento di restauro, promosso dalla Pontificia Commissione di Archeologia Sacra nelle catacombe romane di Santa Tecla sulla via Ostiense, non lontano dal complesso basilicale di San Paolo fuori le mura, ha offerto, tra l'altro, la sorpresa di un busto dipinto di san Paolo. È un evento straordinario che suggella in modo inatteso e sorprendente le iniziative che hanno cadenzato questo denso anno giubilare.
Il cubicolo dipinto, interessato dal restauro, rappresenta uno degli ultimi monumenti scavati nella catacomba. Uscendo da Roma, lungo la via Ostiense, si incontra, prima, il grande cimitero di Commodilla, dove riposano i martiri Felice e Adautto e, poi, il piccolo ipogeo di Timoteo, probabilmente situato nella "roccia di san Paolo", ricordato dagli itinerari medievali e forse riconoscibile nella piccola catacomba ancora visitabile nel costone della rupe. Ma così come Timoteo non può essere identificato con il compagno di Paolo, anche la Tecla che attribuisce la denominazione alla nostra catacomba - la terza che si incontra percorrendo la via Ostiense - non può essere identificata con la protagonista dell'antico apocrifo denominato Acta Pauli et Theclae.
Tale basilica-santuario, come suggerisce la Notitia Ecclesiarum, cioè l'itinerario dei pellegrini del VII secolo, era situata in australi parte (...) supra montem positam:  corpus eius quiescit in spelunca. La catacomba, già nota nel Settecento all'archeologo Giovanni Marangoni, venne sistematicamente scavata negli anni Sessanta del secolo scorso. Già allora si conobbe l'esistenza di una martire romana di nome Tecla, della quale, purtroppo, non si hanno altre informazioni, anche se, dalla cronologia generale del cimitero, si può ipotizzare che la martire fu uccisa durante la persecuzione dioclezianea, agli inizi del IV secolo. Un'iscrizione, rinvenuta nel vicino cimitero di Commodilla, ricorda che un cristiano sepolto in questo complesso funerario morì nel natale domnes Theclae, ma tale testo risulta mutilo, per cui è impossibile conoscere almeno il dies natalis, ossia il giorno della morte della martire.
A questa Tecla, ricordata anche dalle fonti medievali, venne dedicata una basilichetta ipogea a cui si accede attraverso una scala laterale, che conduce alla navata destra, delle due che costituiscono l'edificio di culto. Esso, originariamente, doveva comprendere tre navate, manomesse da interventi moderni, che trasformarono l'edificio in cantina. Sul fondo, in un nicchione, rischiarato da un lucernario, era forse collocata la sepoltura della martire. Là si conservano due frammenti di intonaco dipinto trasferiti da un mausoleo rinvenuto durante la costruzione della via Cristoforo Colombo. Il primo frammento mostra una scena con una figura femminile aggredita da un uomo, evocazione della biblica Susanna molestata dagli anziani (Daniele, 13); il secondo frammento reca dipinta una coppia di figure virili, che indicano una stella, forse per alludere a una profezia.
Tornando alle sorprendenti scoperte di questi giorni, avvenute nel cubicolo situato nel settore meridionale della catacomba, dobbiamo, però, ricordare che il restauro è ancora in corso e che altre scoperte potrebbero incrementare il repertorio, già estremamente ricco, della pittura catacombale romana. Per ora, possiamo ammirare lo straordinario volto di Paolo, ma anche quello di Pietro, meno conservato, ma suggestivo. È un'ulteriore e importante testimonianza di quella concordia apostolorum, che è nel cuore della concezione religiosa della Chiesa romana nell'ultimo scorcio del IV secolo, concezione avviata già da Papa Damaso (366-384). Giorno dopo giorno, i restauratori stanno riportando alla luce storie della Bibbia e i volti degli apostoli, scrivendo un nuovo capitolo della storia dell'arte tardoantica, che rappresenta anche l'ultimo segmento della pittura catacombale, quando questa consegna idealmente il testimone all'arte monumentale degli edifici di culto.
Nel comunicare la scoperta del suggestivo busto clipeato di san Paolo nella catacomba di Santa Tecla, va ricordato che le ultime acquisizioni dell'iconografia paolina - se si eccettua il bronzetto di Cornus (Sardegna) e gli affreschi della grotta di Efeso - sono venute proprio dalle catacombe romane e dagli scavi o dai restauri curati dai responsabili della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Negli anni Ottanta del secolo scorso, infatti, durante alcuni lavori di restauro, nella tricora orientale di San Callisto, venne alla luce un piccolo frammento di sarcofago, scolpito nell'atelier ove si era approntato il celebre sarcofago di Giunio Basso, alla metà del secolo IV. In questo esiguo frammento marmoreo - ora esposto alla mostra dedicata a "Paolo in Vaticano" nel Museo Pio Cristiano - si riconoscono i bei volti del Cristo e dell'apostolo delle genti, tra i più espressivi che ci abbia consegnato la produzione plastica paleocristiana.
Alla fine degli anni Novanta, poi, nelle catacombe dell'ex vigna Chiaraviglio, collegate al grande complesso funerario di San Sebastiano, furono intercettati alcuni ambienti dipinti con una maiestas Domini, ossia con l'immagine del Cristo tra i principi degli apostoli, e con il celebre abbraccio tra Pietro e Paolo, riferibili, come gli affreschi di Santa Tecla, alla fine del secolo IV, ossia alle ultime manifestazioni della pittura catacombale. Abbandonando il sereno repertorio augurale delle scene bibliche, si sceglievano sistemi iconografici più complessi, sperimentati nelle absidi, negli archi absidali e trionfali, lungo le navate e nelle controfacciate dei più prestigiosi edifici di culto del tempo.
Tutte queste scoperte provengono da un "mondo sommerso", da quelle oscure catacombe per troppo tempo considerate tristi luoghi di persecuzione, fuga e morte. Da quelle gallerie, da quei cubicoli, da quegli arcosoli, salvati miracolosamente dall'obliterazione e dagli interri, spuntano adesso le testimonianze eloquenti del cristianesimo dei primi secoli. Si crea, così, un vivace linguaggio iconografico, prima elementare, poi catechetico e, infine, sempre più sofisticato e allineato al pensiero dei Padri della Chiesa e dei Pontefici, destinato a tradurre in figura le idee, i programmi e i nuovi progetti della fede.


(©L'Osservatore Romano - 28 giugno 2009)


Postato da: nery48 a 00:26 | link | commenti
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